Martedì 29 gennaio, con una presentazione alle ore 18:00, si inaugurerà la mostra
Strepito di vittoria: la battaglia di Novara
e il predominio svizzero sulla Lombardia (1513-1515)”,
curata da me insieme a Gabriele Faggioni e Luca Saltini
presso la Biblioteca cantonale di Lugano (seguirà aperitivo).

La mostra racconta la guerra nel Cinquecento, le tecniche d’assedio,
le armi e la battaglia che condusse gli svizzeri a dominare su Milano,
un periodo storico pressoché sconosciuto al grande pubblico, di qua e di là dal confine.


Trasmettere il sapere: nella vulgata corrente è questa
la missione primaria del docente.
È possibile che molti di noi usino questa espressione in un senso buono,
caricandola dei significati vivificanti di cui parleremo tra breve.
Sono ormai convinto, tuttavia, che si tratti di una definizione
o almeno di una descrizione – fallace, anzi gravemente distorcente.

Vedi, il verbo “mettere” deriva dal latino mittere, che significa «mandare»
e «porre, mettere, collocare».


A memoria d’uomo, non si era mai visto un inverno così.
La neve era caduta abbondante, rendendo ancora più impenetrabili
le strette vie sugli Appennini. Osservato passo passo dalle guardie della contessa,
il corteo era avanzato a fatica; lo guidavano il re di Germania, Enrico,
con la moglie e il figliolo di due anni. Nel gelo pungente di quella fine di gennaio,
il castello di Canossa si ergeva come un sogno di pietra, bianco scoglio
in un mare di bianco, roccaforte imprendibile in mano a sua cugina.

Ella era la “grancontessa” Matilde, cugina del re e donna più potente d’Italia.
Dai suoi possedimenti sarebbe passato il destino d’Europa,
perché non c’era modo di sfidare il suo potere tra quei recessi della montagna,
dove lei aveva accolto il monaco che si faceva chiamare papa,
quella maledizione vomitata dall’Inferno contro il re di Germania.
Matilde aveva dato rifugio a Ildebrando, alias Gregorio VII, ed Enrico era giunto sin lì
per trattare, per comporre quel dissidio nefasto che lo aveva quasi precipitato dal trono. Ma le porte del castello erano rimaste chiuse.
Gregorio taceva