La verità non ama i superlativi


«Mio suocero le portava spesso Paolo in automobile, qualche volta con me.
Lei ci accoglieva sotto il porticato del giardino.
Trovava che il nipote facesse progressi grandissimi,
ma il suo entusiasmo finiva per deludermi.
Avesse detto progressi le avrei creduto.
È l’eccesso a tradire la menzogna, la verità non ama i superlativi».
(Giuseppe Pontiggia, Nati due volte, Milano 2002, pp. 162-163).

Credo sia perché la verità è superlativa di per sé.

Vedere la cima dell’Everest


«Finché abbiamo intuito che tutto ha un rapporto indiretto con l’handicap.
E, quando diciamo che l’esperienza ci aiuta a capire l’handicap,
omettiamo la parte più importante, e cioè che l’handicap ci aiuta a capire noi stessi.
Ci diceva per esempio che gli esercizi muscolari
assomigliano alle tappe del Tour de France.
I corridori corrono giorno dopo giorno e non “vedono” le montagne che li aspettano.
Se “vedessero” che, sommandosi, superano la cima dell’Everest,
rinuncerebbero a conquistare il tetto del mondo, guardandosi continuamente alle spalle.
L’attenzione alla meta parziale induce a non fissare quella finale
e così, almeno in molti casi, a raggiungerla»
(Giuseppe Pontiggia, Nati due volte, Milano 2002, pp. 216-217).

Alla luce di questo passo, ripenso a quanto so dell’andare in montagna:
non è forse stimolante “sapere” – “vedere”, nell’immagine di Pontiggia –
la cima che ci attende? Non aumenta il senso della sfida
e non potenzia le energie dell’atleta? È anche vero, tuttavia, che taluni compagni di viaggio si scoraggiavano davanti alla vertigine dell’impresa. E dunque?

Bisogna dunque sottolineare quell’inciso: «…almeno in molti casi…».
Perché ci sono atleti e atleti, fuoriclasse e gregari, senz’ombra di dubbio.
Può dunque esistere un modello di educazione che riconosca come propria
parte costitutiva gli uni e gli altri, senza deprimere gli uni a causa degli altri,
e viceversa?

Il piccolo maniaco


Leggere questa frase di Giuseppe Pontiggia e capire il perché:

«Se hai interesse per la cultura, ma non guadagni, sei un piccolo maniaco.
Al massimo ti rispettano.
Se invece guadagni, la tua occupazione diventa importante.
È diverso».
(Nati due volte, Milano 2002, p, 83).

Come è vero: giusto qualche sera fa sono stato definito «ricco»,
solo perché – a mio modo – ero famoso, o meglio ero famoso perché avevo dato vita
a una collana che ha venduto oltre 2 milioni di copie.
È vero: il giudizio qualitativo sulla collana viene quasi sempre dopo;
prima si giudica il numero – e anch’io assecondo questa inclinazione del pensiero mettendo in bella mostra i risultati quantitativi, per esempio in questo sito
– cioè qualitativi sotto il profilo dell’utile.

Che è come dire che il gratuito deve recuperare il proprio valore.

Imperativo occulto


«Quando ancora gli si dice, dopo quindici anni di ingiunzioni, “Cammina dritto!”,
che cosa gli si comunica? Un ordine, un richiamo, una esortazione,
un alibi per continuare noi a sperare, una delusione, un rimprovero, una punizione?
Spesso ho notato nel suo sguardo qualcosa di diverso dalla insofferenza,
una atroce noia dissimulata dalla pazienza.
Se finalmente in vacanza si diverte con il suo gruppo di volontari,
dove lo accettano con allegria, senza volerlo cambiare, dobbiamo chiederci il perché.
L’imperativo occulto dell’educatore, secondo Droysen, viene compendiato da poche, silenziose, concilianti parole: “Tu devi essere come io ti voglio,
perché solo così io posso avere un rapporto con te
”.
C’è da stupirsi che Paolo sia felice quando non viene più educato?».

Così Giuseppe Pontiggia in Nati due volte (Milano 2002, pp. 216-217).
E cosa accade, nel mondo della scuola, se sostituiamo il ragazzo disabile – Paolo, figlio secondogenito di Giuseppe – con lo studente che abbiamo davanti
e l’imperativo esplicito con la parola «Studia!»?

Dio è morto


«Dio è morto

Così Nietzsche ne La Gaia Scienza (Sezione 125).
E continua: «Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatori, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dei, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, ad una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!».

Ho sempre interpretato questo pensiero penetrante – così me l’hanno spiegato – come la profezia della “fine” della metafisica. E penso sia una interpretazione corretta.

Tuttavia, poiché Nietzsche insiste nello specificare che si tratta del Dio cristiano oggi la frase mi colpisce in maniera differente, sulla scorta di un’altra lettura che ho ripreso dopo anni: Charles Moeller, Saggezza greca e paradosso cristiano.

Il punto è questo: gli dei pagani non morivano. Era proprio la loro immortalità a distinguerli dagli uomini. Per il resto – affetti, intenzioni, aspetto… – erano molto simili ai mortali (mortali, appunto). Da Gilgamesh ad Achille, sino a Callimaco e Milziade – dunque sia nel mito sia nella storia – gli uomini provavano a vincere la loro condizione mortale, sostanzialmente fallendo.

Ebbene, cosa fa il Dio cristiano? Precisamente muore. Ecco lo scandalo, la follia.
Cristo – cioè Dio – muore. E per giunta per mano degli uomini: è un sovvertimento radicale della concezione fondamentale degli antichi. Non si tratta solo di un escamotage o d’uno strumento – anche se senz’altro il sacrificio di Cristo ha un valore rituale, strumentale, per dir così, in vista della salvezza delle anime. Questo è vero, ma è più vero il fatto che Dio accetta la morte subita. Dio muore.

Dunque, il punto di volta della grande provocazione di Nietzsche è quell’altra frase che segue subito dopo: «Dio resta morto!».
In effetti, se Dio non risorge, non è Dio – e pertanto non lo era nemmeno prima, dunque Dio non è mai esistito.
E proprio qui si regge – o cade – l’intero sistema cristiano: non sulla fede in Dio, come voleva Nietzsche e come si crede talora, ma sulla fede in un Dio morto e risorto.

Il grido «Dio è morto!» non è affatto bugiardo o straniante: è la verità.
Il problema vero si insinua subito dopo, come un dettaglio.

Primo vagito di drago


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