Un nuovo corso online per la Comunicazione turistica


L’amico e collega prof. Lorenzo Cantoni (USI, Facoltà di Scienze della comunicazione)
ha da poco avviato un nuovo progetto: un MOOC (ovvero Massive Open Online Course) dedicato all’eTourism: Communication Perspectives.

Si tratta di un corso interamente online, basato su video, testi e attività collaborative, sempre online. Il focus centrale dell’offerta formativa è l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICTs) nella comunicazione turistica.

Mi pare un’opportunità interessante, anche per altri due motivi:
– il prof. Cantoni è titolare, tra l’altro, della prestigiosa “UNESCO chair in ICT to develop and promote sustainable tourism in World Heritage Sites”, unica nel suo genere;
insomma un riferimento assoluto nel panorama internazionale sul tema;
– il corso è gratuito; a pagamento si può ottenere un certificato,
per il quale però si dovrà anche superare un esame finale
(i contenuti, a ogni modo, sono gli stessi del corso gratuito).

I dati del corso sono i seguenti:
– inizio: 5 ottobre 2015
– durata: 8 settimane
– impegno settimanale previsto: ca. 3 h
– lingua: inglese

A titolo integrativo, va notato che gli iscritti – provenienti da tutto il mondo –
sono già oltre 1.000. Ma si tratta appunto di un’opportunità rilevante per imparare
e condividere esperienze sull’uso delle ICTs per la promozione del patrimonio culturale
di ciascun paese, anche in ambito religioso, dall’immensa tradizione artistica europea
e mondiale alle strutture di ospitalità (aspetti, questi ultimi,
per i quali il prof. Cantoni è particolarmente sensibile).

Altre informazioni sono disponibili qui: https://iversity.org/en/courses/etourism

Buon corso…

mm

È possibile una “riforma” dell’islam? Al-Sisi ad al-Azhar


L’altro giorno ho affermato – punto 4 del mio articolo sull’ultima strage di Parigi
che l’islam è – su alcuni punti centrali e identitari – “irreformabile”:
a più forte ragione condivido volentieri il link a un discorso del 28 dicembre 2014
che, per quanto parziale, per quanto da confermare nei suoi contenuti linguistici
e di discorso complessivo, lascia intravedere una possibilità differente.

Una possibilità tutta da verificare, naturalmente, ma tanto più interessante
perché avanzata non da un intellettuale, non da un religioso, bensì da un politico,
e di un certo peso: stiamo parlando di al-Sisi, il generale attualmente presidente dell’Egitto:

Egyptian President Al-Sisi at Al-Azhar: We Must Revolutionize Our Religion

Certo, il “mondo islamico” ha già visto in azione un Atatürk – per dire, e per quanto… –
ma sentire parlare proprio oggi, e presso al-Azhar,
di distinzione tra “religione” e “ideologia” islamica
– affine al punto 3 del succitato articolo di ieri – e di paura generata nel mondo
dalla «ideologia santificata» dell’islamismo, è qualcosa che vale la pena di ascoltare:

«È inconcepibile che gli altri 5,5 miliardi di abitanti del mondo debbano
avere paura di quel miliardo e mezzo di persone che si professano musulmane»;

e: «Bisogna guardarci dall’esterno di noi stessi», assumendo un nuovo punto di vista;

e: «Noi dobbiamo rivoluzionare la nostra religione»;

e ancora, e infine, il gesto, che sottolinea e dice più delle parole:
quel dito indice puntato su di sé, e sul “noi” della comunità islamica:
«Noi stessi stiamo portando la nazione islamica alla distruzione».

Quanto spero, pertanto, di sbagliarmi.

Cordialmente,

mm

Egyptian President Al-Sisi at Al-Azhar: We Must Revolutionize Our Religion

Sulla strage jihadista di ieri, a Parigi


Ieri è stata la giornata del silenzio.
Del rispetto verso chi ha pagato con il sangue
– anche se non tutto, per non dire poco, di quello che facevano o dicevano
mi trovava d’accordo.
Oggi è il giorno della ri-conoscenza.
Ecco dunque quello che penso – da tempo, va da sé – sull’islam e sull’Occidente:
due entità semplicemente incompatibili.

Qui di seguito, per punti, i miei perché.

1 • Filosofia | Principio di (non-)contraddizione: l’islam si regge, come pensiero,
sul principio di contraddizione, l’Occidente (quello vero) su quello di non-contraddizione; questo post non potrebbe essere scritto e letto se, dal punto di vista filosofico,
uno 0 fosse intercambiabile con un 1.

2 • Filosofia | (In)tolleranza dell’altro: l’Occidente è stato creato dai pagani (tanti dei)
e dai cristiani (un “solo” Dio, ma appunto non “solo”, perché uno e trino):
qui, in entrambi i casi, c’è lo spazio per la pluralità, per l’Altro e per l’altro,
anche se magari a fatica. Nel monoteismo “puro” dell’islam l’altro, semplicemente,
non esiste; quelli che parlano di “tolleranza” in seno all’islam non hanno la minima idea
non dirò del lessico, non dirò della storia o del diritto, ma banalmente della logica.

3 • Politica | Teocrazia e
 (in)distinzione tra sfera politica e religiosa: il principio fondato da Cristo – «Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio»
è rispecchiato così nell’islam: «Date tutto ad Allah»: l’islam è un totalitarismo,
al pari del nazismo e del comunismo.

4 • Diritto | Asimmetrie ineliminabili 
tra uomo e donna,
e tra islamici e il resto del mondo
(infedeli pagani e “genti del libro”):
questa è “verità” rivelata, non legge “positiva”, umana, e in quanto tale modificabile;
è volontà increata di Allah: chi era quel politico, chi era quel libero pensatore
che si figurava una possibile “riforma” dell’islam?

5 • Etica | Uso della dissimulazione di fronte agli infedeli:
gli occidentali (pagani e cristiani) possono, in senso tecnico, mentire a un “altro”,
e certamente lo fanno, e lo hanno fatto, ma sanno di farlo,
perché la loro etica, in teoria, vieta loro di farlo;
per l’islamico, mentire a un non-islamico è cosa buona e giusta
(tecnicamente, si chiama taqiyya).

6 • Religione | Uso della violenza per proselitismo:
qui la lezione – più che magistrale: profetica, eroica, santa – di Benedetto XVI a Ratisbona ha già detto tutto, e nel 2006: l’islam non solo accetta, ma predica, codifica e promuove
la violenza per la “sottomissione” del mondo ad Allah.
La giornata di ieri è stata solo la più recente “testimonianza”.

Da ultimo, per le anime candide oltre il calor bianco: l’espressione “islam moderato” è,
nella migliore delle ipotesi, un ossimoro, ma per meglio dire è un’assurdità logica,
cioè una cosa che non esiste – e non può esistere – in natura.

Prepararsi al peggio – spiritualmente, materialmente – è quanto diversi tra noi
stanno facendo da anni.

Buona battaglia.

mm

In altre parole | Rete Due


Da lunedì scorso, e sino a venerdì, sono ospite di Rete Due (RSI),
con l’ottimo Andrea Fazioli, nello spazio quotidiano di In altre parole:
piccoli voli nell’etere – e dove, se no? –
sul filo dell’emergenza culturale quotidiana: buon ascolto (o riascolto, podcastianamente).

mm

Da mihi… | Al principio della Storia (medievale)


Lunedì 15 settembre 2014 inizio un nuovo percorso annuale,
come docente di Storia medievale
presso il Bachelor dell’Istituto di Studi Italiani – diretto dal prof. Carlo Ossola
nella Facoltà di Comunicazione dell’Università della Svizzera Italiana, a Lugano.

Sono profondamente grato a chi sa per questa inattesa – non dirò insperata – possibilità.

Chiedo il dono della sapienza – della mente e del cuore – per compiere il mio dovere:
introdurre anime e corpi nel seno della storia e della civiltà d’Europa.

Lo chiedo con le parole di un genio di nome Tommaso,
che venne a noi dalla terra d’Aquino.

Da mihi intelligendi acumen,
retinendi capacitatem,
addiscendi modum et facilitatem,
interpretandi subtilitatem,
loquendi gratiam copiosam
.

«Dammi acume per comprendere,
capacità di trattenere,
modo e facilità di imparare,
sottigliezza di interpretazione
e grazia copiosa di comunicazione».

Agli amici, infine, chiedo ciò di cui necessito: loro lo sanno.

Grazie

mm

Il succo della Storia


Da domani, mercoledì 3 settembre 2014, andrà in onda ogni mercoledì (h 09:40)
per Rete Uno (RSI) una mia nuova rubrica con Daniele Rauseo:

Il succo della Storia.
I grandi punti di svolta dell’avventura umana

16 puntate – da settembre a dicembre 2014 – dedicate ad alcuni grandi
“punti di svolta” della Storia: dal crollo dell’Impero romano d’Occidente
alla Prima guerra mondiale e così via, a partire dalle domande fondamentali
della Storia: chi, quando, dove, come, cosa e, soprattutto, perché.

Buon ascolto…

mm

 

In vista del nuovo anno scolastico e universitario


Ogni anno si riprende: c’è un’alba, diversa dalle altre, in cui ci si imbastisce
e si guarda il campo davanti agli occhi.
L’aratura è una cosa faticosa.
Lo sapevano già gli antichi.
La cosa bella è che poi spunta qualcosa.
Di solito.

Così mi sono tuffato in una lettura densa e poderosa, per prendere la lena.
Te ne offro qualche estratto, e qui puoi trovare il tutto.

Buon anno.

mm

 

Augusto Del Noce
Autorità
in Enciclopedia del Novecento (Treccani, Roma, 1975)

1. Eclissi dell’idea di autorità e crisi del mondo contemporaneo

L’eclissi dell’idea di autorità è tra i tratti essenziali del mondo contemporaneo:
ne è anzi, certamente, il tratto più immediatamente percepibile. Si possono quindi considerare significativi al riguardo non tanto gli studi dedicati all’argomento, per la maggior parte, del resto, inadeguati, quanto piuttosto gli aspetti dello stesso mondo contemporaneo, assunto a oggetto di riflessione. E ciò nella misura in cui si è disposti a leggerli con la mente libera dal presupposto dogmatico della superiorità o dell’irreversibilità del presente, o della sua considerazione come punto di partenza di un processo di liberazione che avverrà nel futuro.

È inutile soffermarci sulle varie metafore con cui l’eclissi dell’idea di autorità può essere espressa, e che si compendiano poi in una sola: ‛Scomparsa dell’idea del Padre‘; o sulla descrizione dei modi in cui si manifesta (crisi della famiglia, della scuola, della Chiesa). Per intendere la profondità del rovesciamento e misurarne l’ampiezza, basterà riflettere sull’opposizione tra l’etimo del termine ‛autorità’ e il significato che tale termine ha oggi generalmente assunto. Auctoritas deriva infatti da augere, ‛far crescere’. Per comune origine etimologica è connesso con i termini Augustus (colui che accresce), auxilium (aiuto che viene dato da una potenza superiore), augurium (termine anch’esso di origine religiosa: voto per una cooperazione divina all’accrescimento). Se si prendono in considerazione altre lingue, si constata una struttura ideale comune. Così il tedesco auch (anche) è l’imperativo del gotico aukan (accrescere). Nell’etimologia di autorità è dunque inclusa l’idea che nell’uomo si realizza l’humanitas quando un principio di natura non empirica lo libera dallo stato di soggezione e lo porta al fine che è suo, di essere razionale e morale; la libertà dell’uomo, come potere di ‛attenzione’ e non di ‛creazione’, consiste infatti nella capacità di subordinarsi a questo superiore principio di liberazione. Oggi, invece, la sensibilità corrente associa per lo più l’idea di autorità a quella di ‛repressione’, la fa coincidere, al contrario di ciò che l’etimo esprime, con ciò che arresta la ‛crescita’, che vi si oppone. Importa quindi osservare come l’eclissi attuale dell’idea di autorità coincida con il maggiore tra i rovesciamenti che siano stati operati nella storia. […]

È possibile cogliere nella luce più chiara la sostanza tradizionale dell’autorità, volgendo l’attenzione in modo particolare alla famiglia, per la compresenza in essa di generazione fisica e morale: padre e madre sono veramente autori in senso fisico, attraverso la generazione fisica, e ‛auttori’ – nel significato che Vico dà a questo termine – attraverso l’educazione, intesa come processo di elevazione dalle esperienze immediate dello spirito all’apprendimento dell’ordine dei valori.
Dalla riflessione sul paradigma della famiglia tradizionale deduciamo, dunque, che si ha autorità in quanto si è ‛auttori’; ma i genitori, chiaramente, non possono essere tali che in quanto ‛consegnano’ e in quanto aiutano. Ora, nel mondo contemporaneo, l’unità di generazione e di educazione è andata infranta. Ciò che i genitori possono ‛consegnare’ moralmente non è più visto come valore, bensì piuttosto come disvalore, ed è considerato ostacolo a quanto si è soliti chiamare ‛realizzazione’.

Giungiamo così a un punto cruciale: la crisi dell’idea di autorità è connessa con quella dell’idea di tradizione. Tale crisi non può essere anzitutto considerata come un fenomeno di carattere sociologico; all’idea di autorità sono, infatti, sottese tutte le categorie filosofiche. […]

Evidente è la connessione tra la crisi della famiglia e quella della scuola. Questa non si presenta più come l’istituzione in cui il maestro promuove una presa di coscienza di quella civiltà nella quale il nuovo venuto deve entrare e alla quale deve dare continuità. Nell’orizzonte tradizionale, quali che siano le sue molteplici forme di manifestazione, la presa di coscienza, cui il maestro deve condurre, consiste sia nel far emergere quelle verità-valori che sono eterne e dal riconoscimento delle quali – anche in senso trascendentale – ha tratto significato la civiltà, sia nel definire l’idea del Verbo, come Maestro interiore e saggezza increata, partecipando alla quale si rende possibile la comunione degli spiriti in una stessa verità. Oggi, invece, ci troviamo di fronte a una sorta di autogoverno di giovani che si emancipano dal peso del passato, e che si servono dell’insegnante come di un istruttore nelle tecniche di liberazione.
La riduzione della tradizione a ‛passato’, a quel che non è più, spiega la frequente critica di nozionismo (trasmissione di nozioni ‛morte’) rivolta all’insegnamento tradizionale. Anche questa polemica e la contestazione nella scuola ad essa legata non si spiegano che in rapporto all’eclissi dell’idea di autorità.

Qui per continuare a leggere: piuttosto denso, ma da farsi, a parer mio, per i colleghi.