La costruzione della memoria storica


Un mio recente intervento per il programma radiofonico “Millevoci” di Rete Uno (RSI),
con Nicola Colotti, dedicato alla memoria storica
in occasione della Giornata della memoria (27 gennaio 2016).

Buon ascolto, cordialmente,

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Omelia monodialogica


Secondo papa Ratzinger, «il miracolo della Chiesa è di sopravvivere ogni domenica a milioni di pessime omelie» (fonte qui).

Eppure chiediamoci: l’omelia è importante per la messa?

Secondo me sì, e per le ragioni che seguono (in allegato un mio piccolo contributo appena pubblicato sulla «Rivista Teologica di Lugano»).

Questo l’Abstract:

Nella prospettiva della scienza della comunicazione, l’omelia è una forma particolare di public speaking, vale a dire un monologo. Nelle parole di papa Francesco, invece, essa «non è tanto un momento di meditazione e di catechesi, ma è il dialogo di Dio col suo popolo». Emerge dunque una contraddizione: l’omelia è un dialogo o un monologo? Il contributo mira a rispondere a questa (apparente) contraddizione teoretica e pratica. Posto il fondamento comune dei concetti stessi di “comunicazione” e di “omelia”, l’autore analizza e discute il rapporto tra le diverse parti della Santa Messa e i media – tecnici e umani – protagonisti, lungo il filo delle polarità oralità-scrittura e presenza-assenza. Chiave di volta del ragionamento è la categoria della “testimonianza”, intesa non come “racconto di esperienza”, bensì come “manifestazione” dell’Alterità originaria di Dio, o per meglio dire della Sua presenza umana, visibile, tangibile. Chiudono il contributo una serie di suggerimenti pratici offerti al buon omileta, chiamato a praticare una forma di comunicazione del tutto particolare: il “monodialogo”.

Buona lettura, cordialmente.

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Voci di un millennio. Glossario minimo di Storia medievale


Ho appena pubblicato un nuovo, piccolo ebook, dedicato al lessico del Medioevo:

Voci di un millennio
Glossario minimo di Storia medievale

Medioevo | Glossario | Cover 4

È uno strumento di base, essenzialmente didattico, e si compone di 231 voci
– per chi ama la precisione – organizzate
in 17 aree: dai poteri nazionali
e sovranazionali alle forme di governo,
dal cristianesimo e dal monachesimo
all’ebraismo e all’islam, dalla cultura al diritto,
dalla società al feudalesimo,
la civiltà comunale, le crociate e altro ancora.
Ogni voce è definita in maniera sintetica
e corredata di etimologia.
Per molte voci sono proposti anche approfondimenti concettuali e storici,
per dilatare lo sguardo dalle singole parole
alla civiltà che le ha generate.

Insomma, un piccolo punto di ri-partenza.

Per chi fosse interessato, è disponibile su iTunes (iPad e dintorni) e Amazon (Kindle e soci).
La versione cartacea, al momento, non è prevista.

Buona lettura, cordialmente.

mm

P.S.: il titolo – che trovo bello, quasi un piccolo lampo – è frutto di un prezioso
scambio di idee con l’amico Fabio Pusterla: grazie, Fabio.

Sulla strage jihadista di ieri, a Parigi


Ieri è stata la giornata del silenzio.
Del rispetto verso chi ha pagato con il sangue
– anche se non tutto, per non dire poco, di quello che facevano o dicevano
mi trovava d’accordo.
Oggi è il giorno della ri-conoscenza.
Ecco dunque quello che penso – da tempo, va da sé – sull’islam e sull’Occidente:
due entità semplicemente incompatibili.

Qui di seguito, per punti, i miei perché.

1 • Filosofia | Principio di (non-)contraddizione: l’islam si regge, come pensiero,
sul principio di contraddizione, l’Occidente (quello vero) su quello di non-contraddizione; questo post non potrebbe essere scritto e letto se, dal punto di vista filosofico,
uno 0 fosse intercambiabile con un 1.

2 • Filosofia | (In)tolleranza dell’altro: l’Occidente è stato creato dai pagani (tanti dei)
e dai cristiani (un “solo” Dio, ma appunto non “solo”, perché uno e trino):
qui, in entrambi i casi, c’è lo spazio per la pluralità, per l’Altro e per l’altro,
anche se magari a fatica. Nel monoteismo “puro” dell’islam l’altro, semplicemente,
non esiste; quelli che parlano di “tolleranza” in seno all’islam non hanno la minima idea
non dirò del lessico, non dirò della storia o del diritto, ma banalmente della logica.

3 • Politica | Teocrazia e
 (in)distinzione tra sfera politica e religiosa: il principio fondato da Cristo – «Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio»
è rispecchiato così nell’islam: «Date tutto ad Allah»: l’islam è un totalitarismo,
al pari del nazismo e del comunismo.

4 • Diritto | Asimmetrie ineliminabili 
tra uomo e donna,
e tra islamici e il resto del mondo
(infedeli pagani e “genti del libro”):
questa è “verità” rivelata, non legge “positiva”, umana, e in quanto tale modificabile;
è volontà increata di Allah: chi era quel politico, chi era quel libero pensatore
che si figurava una possibile “riforma” dell’islam?

5 • Etica | Uso della dissimulazione di fronte agli infedeli:
gli occidentali (pagani e cristiani) possono, in senso tecnico, mentire a un “altro”,
e certamente lo fanno, e lo hanno fatto, ma sanno di farlo,
perché la loro etica, in teoria, vieta loro di farlo;
per l’islamico, mentire a un non-islamico è cosa buona e giusta
(tecnicamente, si chiama taqiyya).

6 • Religione | Uso della violenza per proselitismo:
qui la lezione – più che magistrale: profetica, eroica, santa – di Benedetto XVI a Ratisbona ha già detto tutto, e nel 2006: l’islam non solo accetta, ma predica, codifica e promuove
la violenza per la “sottomissione” del mondo ad Allah.
La giornata di ieri è stata solo la più recente “testimonianza”.

Da ultimo, per le anime candide oltre il calor bianco: l’espressione “islam moderato” è,
nella migliore delle ipotesi, un ossimoro, ma per meglio dire è un’assurdità logica,
cioè una cosa che non esiste – e non può esistere – in natura.

Prepararsi al peggio – spiritualmente, materialmente – è quanto diversi tra noi
stanno facendo da anni.

Buona battaglia.

mm

In altre parole | Rete Due


Da lunedì scorso, e sino a venerdì, sono ospite di Rete Due (RSI),
con l’ottimo Andrea Fazioli, nello spazio quotidiano di In altre parole:
piccoli voli nell’etere – e dove, se no? –
sul filo dell’emergenza culturale quotidiana: buon ascolto (o riascolto, podcastianamente).

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In vista del nuovo anno scolastico e universitario


Ogni anno si riprende: c’è un’alba, diversa dalle altre, in cui ci si imbastisce
e si guarda il campo davanti agli occhi.
L’aratura è una cosa faticosa.
Lo sapevano già gli antichi.
La cosa bella è che poi spunta qualcosa.
Di solito.

Così mi sono tuffato in una lettura densa e poderosa, per prendere la lena.
Te ne offro qualche estratto, e qui puoi trovare il tutto.

Buon anno.

mm

 

Augusto Del Noce
Autorità
in Enciclopedia del Novecento (Treccani, Roma, 1975)

1. Eclissi dell’idea di autorità e crisi del mondo contemporaneo

L’eclissi dell’idea di autorità è tra i tratti essenziali del mondo contemporaneo:
ne è anzi, certamente, il tratto più immediatamente percepibile. Si possono quindi considerare significativi al riguardo non tanto gli studi dedicati all’argomento, per la maggior parte, del resto, inadeguati, quanto piuttosto gli aspetti dello stesso mondo contemporaneo, assunto a oggetto di riflessione. E ciò nella misura in cui si è disposti a leggerli con la mente libera dal presupposto dogmatico della superiorità o dell’irreversibilità del presente, o della sua considerazione come punto di partenza di un processo di liberazione che avverrà nel futuro.

È inutile soffermarci sulle varie metafore con cui l’eclissi dell’idea di autorità può essere espressa, e che si compendiano poi in una sola: ‛Scomparsa dell’idea del Padre‘; o sulla descrizione dei modi in cui si manifesta (crisi della famiglia, della scuola, della Chiesa). Per intendere la profondità del rovesciamento e misurarne l’ampiezza, basterà riflettere sull’opposizione tra l’etimo del termine ‛autorità’ e il significato che tale termine ha oggi generalmente assunto. Auctoritas deriva infatti da augere, ‛far crescere’. Per comune origine etimologica è connesso con i termini Augustus (colui che accresce), auxilium (aiuto che viene dato da una potenza superiore), augurium (termine anch’esso di origine religiosa: voto per una cooperazione divina all’accrescimento). Se si prendono in considerazione altre lingue, si constata una struttura ideale comune. Così il tedesco auch (anche) è l’imperativo del gotico aukan (accrescere). Nell’etimologia di autorità è dunque inclusa l’idea che nell’uomo si realizza l’humanitas quando un principio di natura non empirica lo libera dallo stato di soggezione e lo porta al fine che è suo, di essere razionale e morale; la libertà dell’uomo, come potere di ‛attenzione’ e non di ‛creazione’, consiste infatti nella capacità di subordinarsi a questo superiore principio di liberazione. Oggi, invece, la sensibilità corrente associa per lo più l’idea di autorità a quella di ‛repressione’, la fa coincidere, al contrario di ciò che l’etimo esprime, con ciò che arresta la ‛crescita’, che vi si oppone. Importa quindi osservare come l’eclissi attuale dell’idea di autorità coincida con il maggiore tra i rovesciamenti che siano stati operati nella storia. […]

È possibile cogliere nella luce più chiara la sostanza tradizionale dell’autorità, volgendo l’attenzione in modo particolare alla famiglia, per la compresenza in essa di generazione fisica e morale: padre e madre sono veramente autori in senso fisico, attraverso la generazione fisica, e ‛auttori’ – nel significato che Vico dà a questo termine – attraverso l’educazione, intesa come processo di elevazione dalle esperienze immediate dello spirito all’apprendimento dell’ordine dei valori.
Dalla riflessione sul paradigma della famiglia tradizionale deduciamo, dunque, che si ha autorità in quanto si è ‛auttori’; ma i genitori, chiaramente, non possono essere tali che in quanto ‛consegnano’ e in quanto aiutano. Ora, nel mondo contemporaneo, l’unità di generazione e di educazione è andata infranta. Ciò che i genitori possono ‛consegnare’ moralmente non è più visto come valore, bensì piuttosto come disvalore, ed è considerato ostacolo a quanto si è soliti chiamare ‛realizzazione’.

Giungiamo così a un punto cruciale: la crisi dell’idea di autorità è connessa con quella dell’idea di tradizione. Tale crisi non può essere anzitutto considerata come un fenomeno di carattere sociologico; all’idea di autorità sono, infatti, sottese tutte le categorie filosofiche. […]

Evidente è la connessione tra la crisi della famiglia e quella della scuola. Questa non si presenta più come l’istituzione in cui il maestro promuove una presa di coscienza di quella civiltà nella quale il nuovo venuto deve entrare e alla quale deve dare continuità. Nell’orizzonte tradizionale, quali che siano le sue molteplici forme di manifestazione, la presa di coscienza, cui il maestro deve condurre, consiste sia nel far emergere quelle verità-valori che sono eterne e dal riconoscimento delle quali – anche in senso trascendentale – ha tratto significato la civiltà, sia nel definire l’idea del Verbo, come Maestro interiore e saggezza increata, partecipando alla quale si rende possibile la comunione degli spiriti in una stessa verità. Oggi, invece, ci troviamo di fronte a una sorta di autogoverno di giovani che si emancipano dal peso del passato, e che si servono dell’insegnante come di un istruttore nelle tecniche di liberazione.
La riduzione della tradizione a ‛passato’, a quel che non è più, spiega la frequente critica di nozionismo (trasmissione di nozioni ‛morte’) rivolta all’insegnamento tradizionale. Anche questa polemica e la contestazione nella scuola ad essa legata non si spiegano che in rapporto all’eclissi dell’idea di autorità.

Qui per continuare a leggere: piuttosto denso, ma da farsi, a parer mio, per i colleghi.

In vita di Eugenio Corti


Eugenio Corti

Eugenio Corti è morto.

4 febbraio 2014.
Una sera d’inverno.
A sera, come a giornata compiuta.

In casa sua, come si conviene.
Nella sua casa, nella loro casa antica,
dimora di quel nome brianteo scolpito in migliaia di cuori.

A 93 anni da poco perfetti, ha compiuto il suo viaggio visibile:
9 e 3, i due numeri che sorreggono l’intera Commedia di Dante.

Ha attraversato le fiamme fasciste, e naziste, conservandosi puro
quando tutto – o quasi – era lordo.
Quando intorno grandinava la peste di carne e metallo.

Ha viaggiato per la terra desolata, ha poggiato i piedi e lo sguardo sull’abisso,
sull’orrore apparecchiato per il mondo
da quel genio infame che ha nome comunista.

È tornato dall’inferno – quello che noi uomini, soli, sappiamo creare sulla terra –
per narrarlo ai comuni mortali.
A noi.

Ha visto e non è rimasto confuso.
Ha visto e ha capito, perché voleva vedere, e voleva comprendere.
Perché voleva amare, perché ci ha amati.
Perché ha visto oltre la tenebra.

Eugenio Corti è il più grande narratore italiano del XX secolo.
Ora canta il canto che non finisce.

Grazie, Eugenio, per quello che hai fatto, con quell’angelo di nome Vanda.
Per quello che sei, per quello che siete.

Marco Meschini e Sara Papa

Per approfondire la vita e le opere di Eugenio Corti:
www.eugeniocorti.net
www.aciec.org
www.ares.mi.it