Tam Pater nemo


TAM PATER NEMO.

Stava scritto così, su un cartoncino bianco, appeso nell’atrio di casa.

Era una scritta a mano, penso di mamma Gianna.

Stava sopra il telefono rosso scuro, quello con il filo nero che si ingarbugliava.

E dovevi stare bene attento che i tuoi pensieri e le tue parole non si ingarbugliassero, lì attaccati alla cornetta: perché allora anche le conversazioni private erano in pubblico.

TAM PATER NEMO.

Ricordo che, per anni, tradussi quella frase così: Come il padre, nessuno.

Certo, questa traduzione non va particolarmente a gloria del mio successivo diventare latinista – ogni medievista è anche un po’ latinista.

Ma all’epoca avevo una decina d’anni e il latino non era ancora precisamente la mia seconda lingua.

Così, avvinghiato a quella traduzione a orecchio – che poi è il senso della cornetta, il che effettivamente ha pure il suo, di senso – mi trascinai per anni tra l’atrio, la sala e il corridoio – tutto dipendeva dai giri del filo nero attorcigliato – convinto di questa verità immortalata davanti agli occhi: Nessuno è come il padre.

Penso che a Dio piaccia il latino.

Lo penso non tanto perché il latino è la lingua ufficiale della Chiesa cattolica – e dopotutto il cristianesimo è l’unico monoteismo sprovvisto di lingua madre –, ma perché sono sicuro che rimase non troppo contento di quella mia traduzione approssimativa; e così decise di mostrarmi a modo suo come si traduce quella frase, usando un doppio paradosso: per spiegarmi il padre, ci tolse la madre.

Fu tutto rapido e doloroso: tumore al cervello, tre mesi e via.

Estate del 1989.

Fu così del tutto evidente ai nostri occhi invasi di lacrime e buio, che la madre è come il padre.

Che ne hai un bisogno disperato, come quando vibra nel profondo la terra, e le sue viscere contorte sputano sangue, e tu capisci che da solo non stai in piedi. Che il fondamento è altro.

Dicono che la morte dei genitori sia la prima forma di tradimento.

Prima nel senso di primordiale – e non oso pensare ai figli di Adamo ed Eva, o a quelli di Noè e consorte.

È tutto questo “dare per scontato” che ci frega.

Il pianeta? Un’ovvietà.

Il domani? Ma certo.

Il fatto è che da 13 miliardi di anni e passa – 13, ripeto, tredici miliardi di anni – tutto gira così a favore degli operatori telefonici che oggi puoi persino avere un telefono senza filo e andare in giro per il mondo mentre parli.

È tutto questo “dare per scontato” che ci frega.

Il padre. 

La madre.

Insomma, TAM MATER NEMO. 

Questa l’avevo capita: Come la madre, nessuno.

E invece no. Non avevo ancora capito – e tu pensa il mio povero angelo custode, cosa avrà dovuto inventarsi per scusarmi davanti al Padre, quello con la P maiuscola. 

Solo che il mio angelo dev’essere un tipo in gamba, come san Marco e santa Gianna da Varese e insomma tutti i santi che si misero d’impegno per me e per i miei fratelli. Tanto d’impegno che, nel giro di due anni e poco più, arrivò una mamma tutta nuova: nuova e fiammante, trent’anni appena compiuti, gran donna e carattere tosto – molto tosto –, una capacità di abbraccio fuori dal comune: in un giorno solo aveva accolto un marito più avanti di 13 primavere e 4 figli spaiati tra loro che più dispari non si può.

In tutto questo il Vanni teneva.

Ci saranno stati dei momenti di debolezza, di sconforto, o addirittura di crollo. O almeno un momento. Ma la verità è che io non me lo ricordo – e i medievisti hanno buona memoria.

Il papà teneva.

Tenne anche quando gli amici di un lungo movimento di vita gli voltarono le spalle, raggirati da chissà quali interpretazioni confuse. 

Sì, il Vanni tenne.

Mi ricordo che una volta stavo accompagnando la Giulia a scuola. Salivamo i gradini di Maria Ausiliatrice, in piazza della Questura a Varese, con tutti i bimbi delle elementari e le famiglie vocianti all’intorno, le suore in cima alle scale che parevano statue bianche e nere.

E proprio lì, nel mezzo dell’ultimo gradino, proprio mentre stavo per lasciare Giulia a una consorella, una signora mi apostrofò ad alta voce, dal basso della scalinata e davanti a tutti: Ma cosa fa tuo padre, che si sposa con una ragazzina? Non sa tenere a freno gli istinti? E non pensa a voi?

Immaginate il silenzio.

Quelle decine di figli, di madri e di padri, che guardano me e la Giulia in attesa di una risposta. È in quei momenti che si decide da che parte andrai, quando basta un niente per cadere e spezzarti l’osso del collo.

Ma ero in posizione sopraelevata – un vantaggio antico almeno quanto le poleis greche – e dalla bocca mi uscirono queste parole: Chi ti autorizza a giudicare mio padre? Lui sa cosa è bene per la sua famiglia. E tu non permetterti mai più.

Nel silenzio generale lasciai la Giulia a una suora – più bianca di prima – e ridiscesi con calma le scale.

L’attacco era arrivato imprevisto, in ogni senso. 

Soprattutto per via del fatto che erano gli amici di ieri a disconoscere l’oggi che stava avvenendo. Si chiama ideologia, quando qualcuno decide al posto tuo e in nome di un ideale che, appena viene asserito con metodo prescrittivo, diviene l’idolo di se stesso. 

Insomma, il destino di mio padre – e il nostro, per inciso – non doveva essere un atto di libertà e di amore, ma un’obbedienza a scelte umane fatte da altri.

Guardate che è dura.

Quando si tira in ballo l’obbedienza – dentro una religione che fa dell’obbedienza del Figlio al Padre uno degli assi portanti del tutto – si sta attivando l’arma atomica.

Insomma mio padre era diventato l’eretico – lui, l’ortodosso per antonomasia –, per il semplice fatto che seguiva il suo sentiero e non quello tracciato da altri. Per il fatto che viveva un nuovo presente e non rimaneva in un passato cristallizzato.

E poi venne la grandine: perché gli tolsero il saluto, il lavoro e infine la compagnia.

Lo misero insomma in una nuova forma di abbandono e di solitudine, o se preferite una nuova forma di tradimento, neanche fosse morto qualcuno.

Eppure, il Vanni non vacillò.

E guarda che è dura.

Per esperienza diretta, è un attimo associare la fine di un’amicizia con la fine di una fede, anzi della fede, tanto più se la fede è cresciuta dentro quell’amicizia.

Fu questo il pericolo più grande: confondere il dono con il donatore, e viceversa.

Ma nostro padre resse, eccome se resse.

Ora, è giusto ricordare che più di qualcuno, degli amici d’un tempo e di quelli che giunsero in seguito, seppe trovare la distanza corretta, emendata, redenta persino. Loro lo sanno, e se non lo sanno che lo sappiano qui e ora: il Vanni ha perdonato, anzi, ha perdonato tutti.

E tuttavia, al netto dell’umana presenza che è sempre necessaria in questi casi come in tutti i casi, papà riuscì a reggere perché abitava ormai un luogo diverso, un mondo diverso, dove i giorni e le ore erano le stesse di tutti noi, così come i problemi, le fatiche, le stanchezze e le gioie naturalmente… ma, tra tutte le giravolte della vita, lo sguardo era ormai fisso su una linea d’orizzonte salda e stabile.

Era per lui evidenza e vissuto ordinario che la morte non è nient’altro che una nuova forma di vita. E non nel senso che dice il mondo: tutto è carbonio, tornerà carbonio. Questo è solo il modo post-moderno di dire ciò che sta scritto nel Vecchio Testamento: siamo polvere e polvere ritorneremo. Perché, per nostra fortuna, noi viviamo e moriamo nel Nuovo Testamento, noi viviamo nel dopo Cristo, che poi significa in Cristo: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà».

Era come se questa nuova dimensione fosse aperta e piana per lui, lui che aveva visto il seme del passato morire e dare frutti nuovi e inattesi: un nuovo presente, Anna, e nuovi futuri.

Penso fosse questo che intuivano le persone d’intorno, quel punto di luce negli occhi che non era il risultato di un incrocio di cromosomi, ma l’effetto semplice e umano, umanissimo, d’uno sbilanciarsi equilibrato sul Mistero.

Ora che lui è tutto sbilanciato nel Mistero.

Così non fu per il retaggio della sua intelligenza o del suo lavorare 27-28 ore al giorno, del suo sorriso mai domo o dei suoi occhi azzurri, azzurrissimi.

Non fu per la sua mano ruvida che usò quando eravamo discoli.

Così non fu perché come il padre non c’è nessuno, ma semplicemente perché fu tanto padre come tutti i padri veri sanno essere. Come tutti i veri maestri.

Sanno tenere la rotta, sanno la cosa importante, sanno l’unica cosa che conta, l’ultima cosa che resta.

Dunque, era vero quel biglietto ispirato da Tertulliano e dal don Giuss: TAM PATER NEMO, nessuno è tanto padre quanto il Padre. E tutti i padri diventano TAM PATRES, così tanto padri, se stanno in Lui, l’unico Padre, se si fondono con Lui sino a esserne immagine vivente e sorridente sulla terra.

Anche quando il suo sorriso diventa sdentato, il suo passo stanco, le sue mani bianche e tremole – tutte cose che mai avremmo pensato di poter vedere, anche solo lontanamente.

Quando una notte chiude gli occhi, e li riapre in Cielo.

Ed è così, dentro questo impasto di effimero e di eterno, che ci diviene del tutto chiaro, anzi evidente ai nostri occhi invasi di lacrime e di luce: che il padre è come la madre, e che si è così tanto padri e così tanto madri perché si vive nella grazia di Dio.

Ciao papà, ci vediamo presto.