Vedere la cima dell’Everest


«Finché abbiamo intuito che tutto ha un rapporto indiretto con l’handicap.
E, quando diciamo che l’esperienza ci aiuta a capire l’handicap,
omettiamo la parte più importante, e cioè che l’handicap ci aiuta a capire noi stessi.
Ci diceva per esempio che gli esercizi muscolari
assomigliano alle tappe del Tour de France.
I corridori corrono giorno dopo giorno e non “vedono” le montagne che li aspettano.
Se “vedessero” che, sommandosi, superano la cima dell’Everest,
rinuncerebbero a conquistare il tetto del mondo, guardandosi continuamente alle spalle.
L’attenzione alla meta parziale induce a non fissare quella finale
e così, almeno in molti casi, a raggiungerla»
(Giuseppe Pontiggia, Nati due volte, Milano 2002, pp. 216-217).

Alla luce di questo passo, ripenso a quanto so dell’andare in montagna:
non è forse stimolante “sapere” – “vedere”, nell’immagine di Pontiggia –
la cima che ci attende? Non aumenta il senso della sfida
e non potenzia le energie dell’atleta? È anche vero, tuttavia, che taluni compagni di viaggio si scoraggiavano davanti alla vertigine dell’impresa. E dunque?

Bisogna dunque sottolineare quell’inciso: «…almeno in molti casi…».
Perché ci sono atleti e atleti, fuoriclasse e gregari, senz’ombra di dubbio.
Può dunque esistere un modello di educazione che riconosca come propria
parte costitutiva gli uni e gli altri, senza deprimere gli uni a causa degli altri,
e viceversa?

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